«Siamo legami. Fili, più o meno invisibili, ci uniscono e, a volte, ci tolgono il fiato. Fin dal titolo del loro nuovo progetto fotografico “Legami” (senza accenti, lasciando appunto intatta l’ambiguità tra il verbo e il sostantivo), il Santimatti studio (Filippo Giansanti e Fabrizio Pelamatti) ci interroga sulla nostra identità.
Ritratti di volti di grande dimensione, talmente vicini da sembrare “nudi”, leggibili fino ai difetti della pelle, alle rughe, alle cicatrici, fino alle macchie cromatiche degli occhi. Volti uniti, occhi negli occhi, da fili che percorrono lo spazio espositivo e che il pubblico può calpestare, scansare, toccare.
“Legami” sfida la semplice progettualità fotografica, supera la bidimensionalità dell’immagine e invade lo spazio circostante, porta nell’opera il pubblico.
Oggi viviamo in un’epoca di legami deboli, di precarietà dei rapporti. Tutto somiglia molto di più a connessioni, a qualcosa che ha nella sua stessa natura l’intermittenza, la discontinuità, l’arresto. Bisognerebbe guardare quei fili e pensare che il tempo tende a logorarli, ad assottigliarli, a spezzarli. Che quei fili, spesso, li lasciamo calpestare e li calpestiamo noi stessi. Nonostante questo, noi siamo quei fili. Forse bisognerebbe ripensare alle immagini e alla nostra identità che ci illudiamo sia racchiusa in quei ritratti, a partire da questo essere legati sempre all’altro e a come questo legame ci costruisca e ci determini. Occorrerebbe imparare la cura dei legami, la capacità di riannodarli, di ripararli o di sostituirli con altro materiale, più resistente al tempo, al mondo.
Se in “Cloudtraits”, loro precedente lavoro espositivo, la cattura fotografica dei soggetti veniva attraversata da una nuvola, rendendo fluido e aleatorio l’insieme, nascondendo il volto e quindi rinviandone ogni risposta sull’identità al contesto e alla massa bianca, in “Legami” il volto manifesto, immagine chiara, quasi iperreale, trova la sua identità in quei fili che attraversano lo spazio. Siamo legami e il sogno di essere monadi, piccoli regni autarchici, naufraga ogni volta alla prova della vita».

Robert Dunlop

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